• 29 NOV 18
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    UNO, NESSUNO CENTOMILA.

    UNO, NESSUNO CENTOMILA.

    Nel romanzo “Uno nessuno centomila” ho trovato molti insegnamenti che il grande scrittore ci ha voluto tramandare, una preziosa eredità dall’incalcolabile valore umano, spirituale e coscienziale.
    In questa storia ci sono diversi passaggi fondamentali per il processo evolutivo di disidentificazione.
    Il primo è quello di accorgersi di non “essere” per gli altri, come noi siamo per noi stessi.Le persone si sentono obbligate a definirci secondo i loro modelli di valutazione, ci incasellano attraverso i giudizi che esprimono su di noi che, talvolta, hanno il sapore di una sentenza inappellabile.

     

    Il secondo passaggio consiste nel  meccanismo di rottura.
    Noi non stiamo bene in quell’archivio dove veniamo definiti per ciò che facciamo o per la visione che gli altri si sono fatti di noi. Nessuno ci conosce per come siamo in realtà, questo accade perché anche noi non diamo la possibilità di conoscerci per come siamo, sempre attenti a mascherarci.
    A questo punto attiviamo la terza tappa, Iniziamo a rompere degli schemi comportamentali e relazionali, veniamo giudicati diversi, questo è ciò che succede a chi fa un processo vero di cambiamento e di risveglio.

     

    Il terzo passaggio consiste quindi nell’iniziare a vedere le cose per come sono in realtà, è la fase dove il protagonista del romanzo Vitangelo Moscarda ha un’illuminazione e scopre che il padre distante e arcigno che, secondo lui, di professione faceva il banchiere, in realtà era un usuraio! Questo intensifica la sua frustrazione. Dunque per gli altri lui è il figlio dell’usuraio questo è il modello con cui gli altri lo hanno definito e, dal momento che ha ereditato la banca del padre, agli occhi degli altri diviene usuraio egli stesso, un ruolo nel quale non si era mai visto.

     

    Ed ecco la quarta tappa, la fase della distruzione, del “non so chi sono ma di certo non lo sapete neanche voi”. Decide allora di iniziare a scompigliare le carte, distruggendo le immagini di lui che gli altri si erano fatti, gli altri “lui” che vivono negli occhi delle persone che lo conoscono.

    Il primo esperimento è quello con Marco di Dio e sua moglie Diamante, due poveri sognatori, vecchi clienti del padre usuraio, che vivono in una catapecchia di Vitangelo. Il protagonista decide di inscenare lo sfratto dei due, salvo poi, a sorpresa, donargli una casa. Di fronte a questo gesto, col quale Vitangelo vorrebbe allontanare la fama di usuraio che egli ha in paese, la gente reagisce gridandogli: «Pazzo! Pazzo! Pazzo!».

     

    La seconda azione folle che Vitangelo compie, questa volta in preda alla rabbia, è di ritirare il proprio capitale dalla sua banca, mandandola fallita. Le reazioni degli altri questa volta sono più violente. La moglie va via di casa e lui litiga col suocero. Tutti, in primis gli amministratori della sua banca, ormai lo credono impazzito.
    Ma interviene qui un nuovo personaggio, Anna Rosa, amica della moglie, che lo fa chiamare e lo avverte che tutti stanno cospirando contro di lui per farlo dichiarare insano di mente. Per fare ciò lo fanno parlare con il vescovo, ma Vitangelo lo riesce a sviare motivando le sue scelte con la bontà e la carità. Con Anna Rosa Vitangelo si apre, cerca di spiegargli i suoi pensieri, lei li capisce e, sconvolta e con un gesto inaspettato, cerca di ucciderlo con una pistola.  Dopo il tentato omicidio di Vitangelo, c’è il processo contro Anna Rosa. La versione che Vitangelo dà al giudice è che si sia trattato di un incidente, ma Anna Rosa ha già confessato.

    Nel finale, Vitangelo ci dice che ora vive in un ospizio e che ormai ha accettato la propria condizione attraverso l’accettazione del nulla, del fatto che la vita “non conclude”. Egli è ormai fuori dal mondo e lontano dalle persone e il libro si chiude con queste parole: «muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: «muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori». Questa è la vera perla di saggezza, l’eredità senza prezzo lasciataci dal nostro caro Pirandello.

     

    Muoio ogni attimo io, e con me il mio passato, lo lascio alle spalle, lo dimentico con tutti i suoi patimenti ed errori, che altro non sono che esperienze vissute. E rinasco nuovo e senza ricordi, accolgo il presente senza condizionamenti, senza limiti temporali, causa di sofferenza e di rimpianti. Lascio quell’Io frammentato che mi delimita, che mi definisce agli occhi di tutti e che spesso è origine dei conflitti tra gli esseri umani. Ritrovo me stesso non più solamente in me ma in ogni essere umano che incontro. Lascio andare l’orgoglio, nell’imporre la mia verità e accolgo l’altro come parte di me da scoprire e da amare. Vivo in ogni cosa fuori.

    Quest’ultima frase è la chiave di volta. Non mi metto più in gabbia identificandomi in un nome, un cognome, un ruolo parentale, una professione o una storia da raccontare ma “rinasco e resuscito” in ogni essere o cosa che è fuori dalla ristretta visione che ho ereditato e creduto di me.

     

    Questo post è dedicato ad uno dei più grandi scrittori italiani Luigi Pirandello

    Grazie per la tua attenzione. Mauro Ferraris clicca qui: http://ilvolodellecolombe.it/chi-siamo/#gallery-details-mauro-ferraris

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